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Quanto ci metto 2: il metodo proposto da Luoghi 2.0

Dei tempi di percorrenza di una escursione estiva avevamo già parlato qui in modo generale. Vi siete mai chiesti però come vengano stimati i tempi dei segnali in montagna? Nell’ambito delle nuove iniziative del CAI, sta prendendo piede un catasto elettronico dei sentieri chiamato Luoghi 2.0, e il metodo proposto per l’indicazione dei tempi sui cartelli prende spunto da un metodo svizzero. Funziona? Noi abbiamo testato per voi il metodo con rigore. Continua la lettura di Quanto ci metto 2: il metodo proposto da Luoghi 2.0

Giorgio M.
Ingegnere, amante della natura e suo frequentatore, da sempre, in molte declinazioni, membro del Club Alpino Italiano, preferisce la montagna ma è curioso di conoscere e scoprire altri ambienti. Ama le altezze, i boschi, i luoghi selvaggi e solitari e gli piacciono i viaggi alla scoperta di cose nuove. Senza la pretesa di essere un esperto, ha aperto questo sito per consigliare e invogliare i più pigri verso le rughe più belle e più nascoste della terra, spesso a due passi da casa. Dettagli attività.

“Quanto ci metto?” Brevi indicazioni per dare un tempo alle nostre escursioni

Pianificare una gita outdoor può sembrare banale, specialmente in ambienti non particolarmente pericolosi. Ma pianificare, oltre che andare di pari passo con la sicurezza, vuol dire soprattutto porsi delle domande basiche: quanto ci metto? cosa mi porto? con chi vado? dove vado?

La maggior parte dei manuali identifica il processo basilare della scelta della gita partendo dalla scelta iniziale della meta. Onestamente credo che questo dovrebbe avvenire in questo ordine dopo aver accumulato una certa “maturità” per comprendere i propri limiti. Ma all’inizio la domanda deve essere: “questa cosa qui riesco a farla o rimango impiantato a metà strada di notte?”.l

Riferendosi al solo ambiente montano e agli itinerari estivi, la scala delle difficoltà escursionistiche è ormai molto nota, e si trovano molte descrizioni in rete . Un richiamo veloce, per sole immagini, non guasta: in ordine di severità abbiamo

T - turistico
T – turistico
E - Escursionistico
E – Escursionistico
EE - Escursionista Esperto
EE – Escursionista Esperto
EEA - Escursionista Esperto Attrezzato
EEA – Escursionista Esperto Attrezzato

Valutare le tempistiche

Una volta capita la possibilità di raggiungere una meta secondo le difficoltà, poche informazioni in giro si trovano invece sulla valutazione delle tempistiche, forse il parametro più interessante per chi si accinge a partire. Ci sono in realtà dei metodi codificati di stima, ma la verità è che poi si affina la propria sensibilità sui tempi con l’esperienza. Dal mio punto di vista strettamente personale, i fattori che io considero importanti per la valutazione sono: lunghezza del percorso, dislivello in salita, difficoltà media, meteo, compagni, peso dello zaino. E’ molto molto importante fissarsi dei punti di controllo dell’orario lungo il percorso, per capire se e quanto siamo in ritardo, non per un discorso di traguardo sportivo, ma per capire se è il caso di modificare i piani.

Lunghezza del percorso

Mediamente un uomo percorre in pianura 5 km/h di buon passo (quello che si usa uscendo da lavoro per andare a prendere il primo autobus/metro che ci porterà a casa). Questo vale per il primo chilometro, poi comincia comunque a rallentare. In generale una persona allenata può fare (faticando parecchio) sui 18/20 Km al giorno in montagna, 25/30 Km in pianura. Un essere umano normale dovete collocarlo sui 10 Km al giorno in montagna.

Dislivello in salita

Questo spesso è l’unico parametro che si guarda. Il valore medio è 250 m di dislivello all’ora. Uno con una buona gamba può arrivare a 600m/h. Correndo (trail running) e viaggiando leggeri si può arrivare a 1000 m/h. Per la discesa i tempi sono circa 2/3 di quelli in salita (anche se nelle difficoltà EEA possono essere addirittura superiori alla salita).

Difficoltà media

In base alla scala T/E/EE/EEA cambiano le velocità di percorrenza, un fondo sconnesso come può essere un sentiero EE oppure una bella strada bianca battuta di livello T, nell’arco di una giornata possono far guadagnare o perdere anche 2 ore totali.

Meteo

I ragionamenti sulle tempistiche di solito si fanno considerando tempo buono. Semplicemente perchè col maltempo non si dovrebbe andare in montagna. Non perderò tempo a dire che il bollettino meteo va tenuto d’occhio per tutta la settimana precedente. In caso di maltempo i tempi si allungano, con pioggia battente oppure neve (non è strano!), dovete scordarvi le vostre velocità solite. I tempi sono almeno 1.5 volte superiori.

Compagni di gita

Il tempo di percorrenza lo decide sempre l’ultimo. Il più lento. Quindi è importante conoscere chi è con voi, al limite se non siete sicuri di come si muovano provate prima un giro più corto dove avete la possibilità di tagliare il giro e rientrare prima.

Peso dello zaino

L’attrezzatura ha sempre il suo perchè. Uno zaino standard per un giro in escursionismo di una giornata (mattina sera) pesa sui 5/6 Kg con acqua e cibo (anche meno se siete bravi) e la velocità di percorrenza è più o meno quella che vi ho indicato sopra. Se state via 2 o 3 giorni o avete materiale da ferrata dietro si arriva facilmente sopra i 10 Kg, vuol dire un rallentamento generale, con tappe più corte. Diciamo 1.5 volte i tempi normali e una autonomia massima di 12 km circa.

Giorgio M.
Ingegnere, amante della natura e suo frequentatore, da sempre, in molte declinazioni, membro del Club Alpino Italiano, preferisce la montagna ma è curioso di conoscere e scoprire altri ambienti. Ama le altezze, i boschi, i luoghi selvaggi e solitari e gli piacciono i viaggi alla scoperta di cose nuove. Senza la pretesa di essere un esperto, ha aperto questo sito per consigliare e invogliare i più pigri verso le rughe più belle e più nascoste della terra, spesso a due passi da casa. Dettagli attività.

Prevedere la valanga del 12/03/16 sul Monte Nevoso (Schneebiger Nock) in Val Aurina era possibile?

Sul monte Nevoso in val Aurina, pochi giorni fa, il 12/03/16 alle ore 11.15 si è abbattuta una valanga su tre gruppi di sci alpinisti (15 persone in totale), uccidendone 6, tra cui molti esperti, che stavano salendo alla cima (3358 m).  E’ stata dichiarata una delle tragedie della montagna invernale più gravi degli ultimi tempi.

Le guide locali e il soccorso alpino hanno dichiarato che il rischio era basso e che, di fatto, si è trattato di una cosiddetta “tragica fatalità”.

Visti i recenti articoli pubblicati sul metodo delle riduzioni 3×3 di Munter, ho creduto interessante fare una analisi a posteriori di questa tragedia. La valutazione non vuole assolutamente essere esaustiva e tantomeno critica verso nessuna delle parti purtroppo coinvolte, ma può essere utile per validare il metodo proposto da Werner Munter e per imparare a tutti dalle esperienze negative (l’analisi ex post è una procedura tipica di un analisi di risk management). Non ritengo di essere un esperto di valanghe, ne tantomeno di scialpinismo e montagna invernale, pertanto quanto esposto dovrà essere preso con le dovute cautele, più con un approccio accademico che pratico. Semplicemente ho cercato di rispondere alla domanda: “se avessi organizzato la salita scialpinistica al Monte Nevoso il 12/03/16, utilizzando il metodo 3×3 di Munter, mi sarei accorto del pericolo in anticipo e avrei rimandato?”

Simuliamo ora di essere alla serata del 11/03/16, il bollettino neve dava questa previsione:

Estratto del bollettino valanghe del 12/03/2016
Estratto del bollettino valanghe del 12/03/2016 dell’Alto Adige

Probabilmente avrei consultato alcune relazioni online e la carta. Trovando anche le immagini della zona di salita e dell’itinerario:

Itinerario Monte Nevoso

Giornata ideale, grado di pericolo basso, itinerario molto noto, forte preparazione personale (un 3358 in invernale non è mai una baggianata! E quell’itinerario è considerato difficile). In tutta sincerità anche io, che la zona non la conosco, così su due piedi mettendomi nei panni dei salitori avrei valutato di andare senza problemi.

Vediamo cosa dice il metodo di Munter con una elaborazione di dettaglio:

  • Grado di pericolo valanghe 2: Rp=4
  • Esposizione del versante: Nord (sono nei versanti considerati pericolosi quindi Fr=1)
  • Numero di persone (15 alpinisti in 3 gruppi, mediamente 5 persone a gruppo, quindi gruppo numeroso), possono essersi verificati due scenari, che i gruppi e i singoli alpinisti abbiano rispettato le distanze di sicurezza (Fr=2) oppure che non lo abbiano fatto (Fr=1)

Vediamo ora le pendenze del versante su cui si è svolta l’escursione (originate dal DTM 5m fornito dall’Alto Adige):

Pendenze versante Monte Nevoso
Pendenze versante Monte Nevoso

Ora vediamo le mappe di Rischio residuo Rr sulla zona dell’itinerario con un ingrandimento della zona più rischiosa (circa a quota 3000 m):

Rischio residuo senza il rispetto delle distanze
Rischio residuo senza il rispetto delle distanze tra scialpinisti
Rischio residuo CON il rispetto delle distanze
Rischio residuo CON il rispetto delle distanze

Si vede che tutto l’itinerario si svolge correttamente in entrambi i casi su zone con Rischio residuo accettabile (<1), tranne che per una piccola zona di circa 200 m sotto la cima dove comunque si ha una zona dove il rischio è più elevato. Forse in quella zona si sono avvicinati tra loro oppure hanno tolto gli sci e hanno aumentato un pizzico il grado di rischio, chi può saperlo, ma tanto è bastato all’innesco della valanga.

Il pendio dove il rischio aumenta risulta questo, vediamo il confronto tra situazione reale e mappa ottenuta dall’elaborazione:

Pendio rischioso Monte Nevoso
Confronto tra situazione reale e mappa di rischio residuo del Monte Nevoso con le distanze rispettate tra scialpinisti

Devo dire che, senza addentrarsi in elaborazioni puramente accademiche come queste, sarebbe stato impossibile prevedere una cosa di questo tipo. Sembra però che il metodo, se portato all’estremo, come in questo caso, sia comunque in grado di analizzare la zona di pericolo. Si tratta di una zona veramente esigua comunque, tanto esigua da essere considerata quasi trascurabile, una aberrazione relativa ai dati di pendenza del modello (che resta pur sempre una approssimazione della realtà).

Tornando al piano della realtà pratica, dai dati in possesso a chi è salito quella mattina era praticamente impossibile arrivare alla conclusione che l’itinerario era sconsigliabile quel giorno. Anche  il metodo infatti accetta, purtroppo, un rischio residuo, anche se molto basso, come tutte le attività umane e in questo caso quel rischio possiamo chiamarlo tragica fatalità.

Alla domanda “se avessi organizzato la salita scialpinistica al Monte Nevoso il 12/03/16, mi sarei accorto del pericolo in anticipo e avrei rimandato?” purtroppo devo rispondere con onestà: “No, non avrei rimandato”.

Giorgio M.
Ingegnere, amante della natura e suo frequentatore, da sempre, in molte declinazioni, membro del Club Alpino Italiano, preferisce la montagna ma è curioso di conoscere e scoprire altri ambienti. Ama le altezze, i boschi, i luoghi selvaggi e solitari e gli piacciono i viaggi alla scoperta di cose nuove. Senza la pretesa di essere un esperto, ha aperto questo sito per consigliare e invogliare i più pigri verso le rughe più belle e più nascoste della terra, spesso a due passi da casa. Dettagli attività.

Il metodo delle riduzioni di Werner Munter: quando la matematica da una mano in montagna

Abbiamo già parlato del metodo 3×3 come strumento per la riduzione del grado di pericolo residuo e la pianificazione di una escursione e degli altri metodi. Il metodo 3×3 è assolutamente valido come procedura, tuttavia pone la difficoltà di dare una valutazione oggettiva al pericolo dell’uscita senza basarsi su valutazioni squisitamente personali. Lo stesso Munter ha poi proposto, per l’effettiva applicazione del metodo 3×3, il cosiddetto metodo delle riduzioni del rischio, che altro non è che un metodo per dare una effettiva risposta al “go/no go” del metodo 3×3 e risulta, di fatto, un affinamento del macrofiltro “regionale”.

Munter ha proposto questo metodo semplice: valuto il grado di rischio potenziale Rp basandomi sul bollettino nivo-meteo e vado a ridurlo con il prodotto di opportuni fattori di riduzione Fr legati alla pendenza del pendio, all’esposizione e al gruppo di persone (con alcune “regole speciali”).

Il metodo è molto valido, e in linea di massima anche molto conservativo. Di fatto oltre che al filtro regionale durante la pianificazione è applicabile anche durante l’uscita, pensiamo ad esempio al caso di un pendio che abbia una condizione della neve che ci sembra particolarmente pericolosa: per ridurre il rischio normalmente si aggiungono delle distanze tra gli sciatori, in pratica stiamo aggiungendo “al volo” un fattore di riduzione. La stessa cosa se scegliamo di scendere su un versante con meno pendenza. Semplicemente il metodo delle riduzioni da un numero “matematico” per effettuare questa scelta prima dell’uscita ed eventualmente per cambiare programma durante la gita.

Su internet si trova poco in italiano su questo metodo, e fra l’altro con alcuni errori di traduzione (per esempio sulle esposizioni dei versanti, e non si da la giusta importanza a quelle che io ho chiamato “regole speciali” e ai gruppi di scelte.

I gruppi di scelte sono divisi in tre parti:

  • Primari legati alla pendenza massima del pendio, e con regola che se il grado di pericolo è 3 (marcato) o superiore bisogna effettuare un itinerario che comprenda almeno uno di questi fattori di riduzione. Sta all’intelligenza che con grado 4 o 5 non si dovrebbe affrontare un itinerario su neve fresca, anche se Munter include nei rischi potenziali anche il grado 4.
  • Secondari legati all’esposizione del versante dell’itinerario, e con regola che con neve bagnata tutti i fattori di riduzione non sono validi (alias Fr=1 sempre).
  • Terziari legati al fattore umano, e con regola legata alla dimensione del gruppo e della distanza fra gli sciatori.

Lo schema sotto riassume il tutto e può essere stampato per portarlo con sé durante la gita.

Metodo delle riduzioni di Munter
Metodo delle riduzioni di Munter

Esempio

Facciamo un esempio pratico per capire il metodo.

Consulto il bollettino nivo-meteo e viene indicato grado 3 marcato(succede frequentissimamente), a questo corrisponde un grado di pericolo Rp=8.

Scelgo tra diversi itinerari di salita/discesa una linea che mi consenta una pendenza massima inferiore ai 35° e guadagno un fattore di riduzione primario Fr=4 (si noti che ho seguito la regola speciale). Inoltre non ho neve bagnata e, seguendo il bollettino, eviterò i versanti più a rischio, ottenendo un ulteriore fattore di riduzione secondario Fr=4. In realtà siamo solo 4 amici, quindi un gruppo piccolo, e questo mi fa guadagnare un ulteriore fattore Fr=2.

Il rischio residuo Rr, se seguo l’itinerario scelto e se le condizioni sul luogo sono quelle pianificate, è pari a Rr=Rp/(prodotto Fr)=8/(4x4x2)=8/32=0.25, che essendo inferiore a 1 è accettabile. Questo mi dice che sono certamente tranquillo? NO! Dice solo che ho tutte le premesse buone per una gita serena, ma che sul luogo dovrò comunque valutare personalmente, in base alla situazione e all’esperienza.

Variazioni del rischio residuo per gradi di pericolo diversi

Supponiamo ora di voler effettuare una gita con 4 amici, sulla cima della foto seguente, lungo il versante esposto a WNW-N, senza neve bagnata, vediamo come cambia la pericolosità del pendio, o la traccia di salita e discesa in base al grado di pericolo ottenuto dal bollettino nivo-meteo.

Versante
Il versante dove faremo la gita con 4 amici, esposto a WNW-N, senza neve bagnata

Intanto ho fissato due condizioni: siamo in 4 (Fr=2) e esposizione WNW-N (Fr=1). Quindi, salvo le regole speciali, lungo il versante posso scegliere di muovermi solo cercando pendenze più o meno favorevoli (sotto i 35° Fr=4, tra i 35° e i 40° Fr=2, sopra i 40° Fr=1).

Analizziamo ora le inclinazioni del pendio, per poter valutare dove sia più o meno rischioso salire e scendere.

Inclinazioni del pendio
Le diverse inclinazioni del pendio sul versante che vogliamo salire

Ora passiamo ad assegnare un fattore di riduzione Fr seguendo i fattori di riduzione primari legato alle inclinazioni del pendio (>40° Fr=1;tra 35° e 40° Fr=2; < 35° Fr=4).

Fattori di riduzione primari Fr
Fattori di riduzione primari Fr in base all’ inclinazione del pendio

Ora possiamo valutare come cambia la valutazione del rischio residuo del versante partendo da gradi di pericolo valanghe del bollettino nivo-meteo diversi. Nelle immagini seguenti evidenziamo in verde le zone del versante con Rr<1 e quindi percorribili, in rosso le altre e per ciascuna zona il numero indica il valore ottenuto da Rr.

Grado 1 Rischio residuo
Con grado di pericolo valanghe 1 tutti i pendii sembrano accettabili
Grado 2 Rischio residuo
Con grado di pericolo valanghe 2 solo alcuni pendii sono accettabili, e il nostro itinerario è ancora accettabile
Grado 3 Rischio residuo
Con grado di pericolo valanghe 3 ancora meno pendii sono accettabili, e siamo costretti a cambiare il nostro itinerario, ma possiamo ancora trovare un itinerario accettabile
Grado 4 Rischio residuo
Con grado di pericolo valanghe 4 tutti i pendii non sono più accettabili e la gita deve essere rimandata

Conclusioni

Il metodo evidenzia bene la gravità delle situazioni in una gita condotta con grado di pericolo 4. Bisogna peròricordare che quella fatta qui è una analisi semplificata e andrà sempre fatta una valutazione sul posto, oltre che una analisi delle condizioni reali sul posto. Tuttavia come metodo decisionale a priori sembra essere interessante.

Giorgio M.
Ingegnere, amante della natura e suo frequentatore, da sempre, in molte declinazioni, membro del Club Alpino Italiano, preferisce la montagna ma è curioso di conoscere e scoprire altri ambienti. Ama le altezze, i boschi, i luoghi selvaggi e solitari e gli piacciono i viaggi alla scoperta di cose nuove. Senza la pretesa di essere un esperto, ha aperto questo sito per consigliare e invogliare i più pigri verso le rughe più belle e più nascoste della terra, spesso a due passi da casa. Dettagli attività.

Il metodo 3×3 di Munter: il risk management nelle uscite invernali

Il metodo 3×3 di Werner Munter è uno dei metodi più noti di valutazione del rischio globale residuo di una uscita in ambiente innevato. Di fatto è stato il primo metodo che ha utilizzato una valutazione probabilistica sulla sicurezza, considerando concetti come pericolo, rischio e probabilità di accadimento e va a ridurre, con opportune scelte, il rischio residuo allo stesso valore che avrebbe una normale escursione media estiva in ambiente montano che è considerato accettabile.
Il metodo prende il nome “3×3” perchè prende in considerazione da un lato 3 filtri “dimensionali” (regionale, locale, zonale) e 3 fattori di valutazione per ciascuna dimensione di valutazione ( condizioni della neve, terreno e fattore umano).
Pur con molte critiche e detrattori, è stato il primo metodo a portare molti dei concetti relativi al risk management all’interno di un ambito poco convenzionale come la montagna invernale, e questo è stato di per sè un elemento di assoluta novità! Da li sono poi nati altri metodi, forse addirittura più veloci, anche se, almeno a livello accademico, talvolta meno rigorosi.
I filtri “dimensionali” vanno immaginati a livello concettuale come una serie di setacci tra le cui maglie corre la sabbia del rischio: ogni filtro ha maglie un po’più strette, alla fine passerà solo una minima parte del rischio iniziale e rimarrà solo la parte considerata accettabile. Ogni filtro procede quindi su due piani: seguendo dimensioni “geografiche”sempre più piccole dall’area della gita, alla scelta dell’itinerario,alla valutazione del singolo pendio, e seguendo lo schema usuale di svolgimento, dalla pianificazione a casa, alla scelta dei diversi itinerari durante la gira, alla scelta di dove mettere passare nell’immediato.

Vediamo i filtri nel dettaglio:
Il filtro regionale serve a rispondere alla domanda: dove si può andare in gita?
Condizioni della neve: Situazione valanghiva (bollettino, previsione)
Terreno: carta / punti chiave
Fattore umano: chi? Quanti?
Il filtro locale serve a rispondere alla domanda: quale itinerario è possibile (in quella zona)?
Condizioni della neve: situazione valanghiva del momento (osservazione diretta)
Terreno: confronto fra i diversi itinerari
Fattore umano: controllo degli ARTVA e equipaggiamento, condizioni del gruppo
Il filtro zonale serve a rispondere alla domanda: quali sono i pendii percorribili?
Condizioni della neve: problema di valanghe? Visibilità?
Terreno: estensione del pendio? Conseguenze caduta/seppellimento?
Fattore umano: tattica

Metodo 3x3 di Werner Munter
Metodo 3×3 di Werner Munter

Al termine dei tre filtri si arriva alla fatidica opzione “Go/No go”, se tutte le scelte hanno portato a una soluzione accettabile possiamo andare e di fatto abbiamo minimizzato i rischi. E’ interessante notare come il processo decisionale ha una sua conclusione protratta nel tempo che non si esaurisce solo nella pianificazione a tavolino a casa, ma può avvenire ad esempio con la scelta di rinunciare o/e di scegliere un pendio diverso di discesa (quando il filtro zonale suggerisce un cambio di programma) durante l’escursione.
Vista la difficoltà di dare poi una valutazione oggettiva al pericolo dell’uscita senza basarsi su valutazioni squisitamente personali, lo stesso Munter ha poi proposto, per l’effettiva applicazione del metodo 3×3, il cosiddetto metodo delle riduzioni del rischio, che altro non è che un metodo per dare una effettiva risposta al “go/no go” del metodo 3×3 e risulta, di fatto, un affinamento del macrofiltro “regionale”.

Alcuni link che spiegano il metodo sono, in tedesco, i seguenti:

http://www.powderguide.com/mountain/artikel/2-special-feature-mountain-mastery-check-your-line.html

http://www.powderguide.com/mountain/artikel/3×3-filtermethode-reduktionsmethode.html

E l’ottima guida, anche in italiano, scaricabile gratuitamente dal sito dell’ Istituto per lo studio della neve e delle valanghe SLF.

 

 

Giorgio M.
Ingegnere, amante della natura e suo frequentatore, da sempre, in molte declinazioni, membro del Club Alpino Italiano, preferisce la montagna ma è curioso di conoscere e scoprire altri ambienti. Ama le altezze, i boschi, i luoghi selvaggi e solitari e gli piacciono i viaggi alla scoperta di cose nuove. Senza la pretesa di essere un esperto, ha aperto questo sito per consigliare e invogliare i più pigri verso le rughe più belle e più nascoste della terra, spesso a due passi da casa. Dettagli attività.

Rischio da valanga: i metodi pratici per valutarlo e ridurlo

Quanti frequentatori della montagna conoscono i metodi per la valutazione del rischio da valanga in montagna? Forse i più attenti,  ma la stragrande maggioranza degli amanti dei pendii vergini innevati non sa che esistono dei metodi “scientifici” e di immediata o rapida applicazione.

Bisogna innanzitutto fare una grande distinzione, quella che tutti gli operatori nel ramo della sicurezza sul lavoro conoscono bene:

Pericolo: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni

Rischio: è un concetto probabilistico, è la probabilità che accada un certo evento capace di causare un danno. La nozione di rischio implica l’esistenza di una sorgente di pericolo e delle possibilità che essa si trasformi in un danno.

I metodi che elencherò cercano tutti una soluzione semplicemente applicabile per la riduzione del rischio: il pericolo di una valanga è intrinseco in lei stessa e non è, di fatto, eliminabile, ma il mio comportamento, le mie scelte e il mio addestramento vanno a concorrere alla riduzione del rischio che questo pericolo vada effettivamente a verificarsi ed a ridurne, nell’eventualità, al più possibile, i  danni. In pratica hanno portato il concetto probabilistico della sicurezza, usato da anni per la sicurezza sul lavoro, nell’ambiente della montagna invernale.

Quando si organizza una attività in ambiente invernale alcuni passi iniziali sono da considerarsi obbligatori e vale la pena ripeterli:

Subito dopo parte la parte decisionale che ci accompagnerà anche durante l’uscita in ambiente: “si parte o non si parte?”, “da che parte è meno rischioso andare?”, “è meglio tornare indietro?”.

A queste domande tentano di rispondere in modo rapido molti metodi elaborati e migliorati negli anni:

Questi metodi, pur con critiche e disaccordi fra di loro, va ricordato, mirano a ridurre il rischio, non ad eliminarlo! Una ulteriore sicurezza riguarda il vostro grado di addestramento ed esperienza…buone sciate e ciaspolate!

Giorgio M.
Ingegnere, amante della natura e suo frequentatore, da sempre, in molte declinazioni, membro del Club Alpino Italiano, preferisce la montagna ma è curioso di conoscere e scoprire altri ambienti. Ama le altezze, i boschi, i luoghi selvaggi e solitari e gli piacciono i viaggi alla scoperta di cose nuove. Senza la pretesa di essere un esperto, ha aperto questo sito per consigliare e invogliare i più pigri verso le rughe più belle e più nascoste della terra, spesso a due passi da casa. Dettagli attività.

Nello zaino: 14 cose da non dimenticare mai

Si trovano diverse liste in internet e nei libri specializzati che dicono cosa mettere nello zaino, ma poche spiegano il perchè e ne illustrano una scala di priorità. Senza scendere nel dettaglio di tutte le cose da mettere nello zaino per una escursione all’aria aperta, vediamo una lista di cose che per sicurezza non dovrebbero mai mancare. La lista segue in parte quella presentata nel libro Mountaineering: The Freedom of the Hills e ripresa anche dal sito http://hubpages.com/hub/The-10-Outdoor-Essentials e mi trova molto d’accordo, con qualche elemento in più. Ho voluto seguire un personale ordine di “abbandonabilità”: l’ultimo della lista è il più abbandonabile, il primo quello più necessario in ogni caso.

elenco_oggetti_zaino

I primi 4 della lista non devono mai mancare secondo me (e secondo tanti altri). E anche se l’abbandono dello zaino è da considerare un gesto estremo, proprio quando si è arrivati stremati e alla frutta, i seguenti non bisogna abbandonarli, hanno un peso ridotto e basta infilarseli in tasca:

  • coltello

utile per creare altri utensili, tagliare corde e vestiti se serve, accendere il fuoco e, non dimentichiamolo, tagliare pane e salame (l’alimento meno consigliato ma più gratificante della wilderness!). Il coltello, magari chiudibile, è uno strumento che non deve mancare proprio mai.

  • bussola

la bussola non serve a niente senza una mappa, ma averla consente, ricordandosi più o meno la geografia del luogo, di procedere quasi diritti nella direzione ricordata.

  • fischietto

per segnalare una emergenza, ma anche per rispondere ad una richiesta! (ricordiamo: 6 segnali al minuto (1 ogni 10 sec.) seguiti da una pausa di 1 minuto, poi ripetere la segnalazione fino al segnale di ricezione; per rispondere ad una segnalazione di soccorso utilizzare 3 segnali al minuto (1 ogni 20 sec.) seguiti da una pausa di 1 minuto, poi ripetere la segnalazione )

  • acciarino/esca per il fuoco

avere un acciarino, come per esempio questo, e magari anche un esca asciutta per accendere il fuoco, in caso di problemi può veramente fare la differenza. E’ difficile da usare, ma funziona con ogni tempo meteo. Meglio avere anche un accendino, e fare qualche prova ad accendere un fuoco. Mauro Corona raccontava che alcune persone, pur avendo da accendere in un bosco, siano morte di ipotermia.  Accendere un fuoco con clima rigido o con legna bagnata, i casi in cui può servire di più di fatto, non è affatto semplice. E se non lo si è mai fatto può essere dura anche in clima asciutto.

Tutti gli altri oggetti sono importanti ma senza i primi quattro in caso di problematiche la probabilità di sopravvivenza cala drasticamente.

  • mappa
  • cibo extra e acqua
  • telo termico di emergenza

costa pochi euro, portiamocelo dietro

  • kit sanitario di emergenza
  • fiammiferi/accendino
  • vestiti extra/abbigliamento da pioggia
  • lampada frontale
  • protezione solare/occhiali da sole
  • sacco dell’immondizia

utili soprattutto per impermeabilizzare le cose, poco peso, poco costo

  • nastro americano

Spendo due parole sul nastro telato americano. Questo è un elemento veramente utile agli utilizzi più “artistici” e severi. Ad esempio: riparare una tenda, una falla in un borraccia, lo spallaccio di uno zaino, una attacco di uno sci nello scialpinismo, uno scarpone o una suola, addirittura per bloccare una emorraggia alla peggio.

 

 

 

Giorgio M.
Ingegnere, amante della natura e suo frequentatore, da sempre, in molte declinazioni, membro del Club Alpino Italiano, preferisce la montagna ma è curioso di conoscere e scoprire altri ambienti. Ama le altezze, i boschi, i luoghi selvaggi e solitari e gli piacciono i viaggi alla scoperta di cose nuove. Senza la pretesa di essere un esperto, ha aperto questo sito per consigliare e invogliare i più pigri verso le rughe più belle e più nascoste della terra, spesso a due passi da casa. Dettagli attività.